giovedì 24 maggio 2007

IL PROBLEMA DEL DOPO-SORU
di
Tonino Dessì
Ho affermato tra i primi, proprio su questo sito, l’esigenza, per la politica sarda, di porsi il problema del dopo-Soru. Non perché io condivida l’ipotesi, proposta nell’intervento di G. Cossu, di limitare a un mandato la candidabilità presidenziale. In linea di principio, come avviene in tutte le forme di presidenzialismo democratico, il limite invalicabile della non rieleggibilità dovrebbe essere fissato in due mandati. Nella Legge Statutaria, per esempio, questo principio avrebbe potuto opportunamente essere tradotto in norma esplicita. Il problema relativo all’attuale Presidente della Regione è invece legato al giudizio sul sistema che per suo tramite si sta instaurando. Non so dire se si tratta di una mutazione o di un disvelamento. Utilizzando il solo parametro della cronologia (dall’insediamento in poi) osserverei una mutazione, rispetto agli impegni personali e programmatici originari. Ma forse la situazione era già in origine un po’ più complessa, come poi cercherò di dire.Parto da alcune valutazioni sulla condizione attuale. L’amministrazione regionale è praticamente nel caos. Se l’idea di buon governo poteva inizialmente sembrare moderata, rispetto alle aspettative di cambiamenti radicali, oggi considererei il buon governo, l’ordinata e trasparente gestione della cosa pubblica nel rispetto delle regole, l’obiettivo più rivoluzionario da perseguire, in un contesto dominato dalla delegittimazione dell’amministrazione (anziché dalla promozione della sua professionalità e della sua funzione di garanzia della legalità, dell’imparzialità e del buon andamento), dall’infiltrazione di consulenti spesso poco noti, ma potenti nei suoi gangli apparentemente interstiziali o addirittura informali, eppure divenuti determinanti, in quanto legittimati dal capo dell’esecutivo e da alcuni dei suoi assessori più fidati (mi riferisco esplicitamente e senza tema di smentita al ruolo, che pochi conoscono nella sua portata reale, svolto dall’attuale assessore della sanità), dall’orientamento personalistico nelle scelte, dall’approssimazione procedurale che emerge sempre più in alcune vicende. La questione Saatchi&Saatchi, al di là e a prescindere dalla valutazione che ne darà la magistratura, tutto questo testimonia e non la ritengo un episodio isolato.Ma anche il Consiglio regionale è malridotto e subisce il disordine dell’esecutivo. La legge finanziaria è il simbolo più eclatante della situazione. A prescindere dai suoi contenuti (la prevalenza di quelle che, ormai per uso comune, sono definite “marchette” ha molti precedenti, il che significa che ben poco è cambiato), è la sua approvazione a metà dell’esercizio cui si riferisce, che la rende del tutto inutile. Ed è la terza della legislatura. Cosa sarebbe stato meglio dell’imporsi fin dall’inizio la presentazione e l’approvazione entro la fine dell’anno precedente, cosa che ormai Governo e Parlamento nazionali, di qualsiasi colore dominante, riescono a fare da quindici anni? Ma ciò che è più grave è l’ingiustizia che ciò provoca nella società sarda, il rallentamento che si produce non solo nei suoi processi di rinnovamento, ma proprio nella vita molecolare, quotidiana delle famiglie, delle imprese, delle amministrazioni locali. E ciò che è più impressionante è la cinica, anche perché reiterata, consapevolezza di tutto ciò da parte degli attori politici e istituzionali: in primis del capo dell’esecutivo ex assessore ad interim del bilancio, ma anche dei responsabili dei gruppi e dei partiti della maggioranza. Non che si possa assolvere un’opposizione imbelle, priva di idee quanto di spina dorsale, ma in fondo abbastanza contenta del fatto che tutto continui esattamente come prima, perché, in un domani che le regalasse il ritorno alla guida della Regione, potrebbe, anch’essa, a proprio avviso giustificatamente, perpetuare esattamente lo stesso andazzo della legislatura in cui essa ha governato.Ad oltre due anni e mezzo, il momento per alcuni giudizi, per chi ha esperienza tecnica (in senso stretto) della politica e dei fatti di governo è ormai più che maturo, purtroppo. Il tempo scorre come la sabbia: le elezioni (e lo si vede già nei comportamenti del ceto politico) sono alle porte; certo, altri due anni e mezzo ci separano dalla conclusione formale, ma molti di noi sanno che due anni e mezzo passano in un lampo ed è già domani.Non è cosa ininfluente. Uno dei problemi che ho cercato di affrontare da assessore, anche a costo di qualche bruciante frizione con le organizzazioni sindacali, è quello della riconversione industriale. So di toccare un punto delicato. Ma avendolo detto proprio a Carbonia e a Portoscuso in momento non sospetto (ero, appunto, assessore) oggi posso farlo ancora più liberamente. La metallurgia e per certi versi anche la chimica sarda sono al limite estremo della sostenibilità di mercato. Occorre fare conti realistici con i processi di ristrutturazione su scala europea, con gli alti costi dell’energia (il cui elevato consumo è ineludibilmente connaturato ai processi produttivi delle maggiori industrie sarde), con alcuni insuperabili limiti fisici. Qualcuno sa dove Portovesme S.r.l. potrà conferire le proprie scorie, dopo che avrà esaurito la discarica di Genna Luas, ormai piena per oltre la metà del suo milione e mezzo di metri cubi e per la cui realizzazione ci sono voluti quasi dieci anni ? Il territorio ne accetterà l’ampliamento o la costruzione di una nuova? E sulla chimica: come non leggere le prescrizioni ministeriali sui muri di cemento se non come una resa, rispetto all’esigenza di modificare i processi produttivi rendendoli fin dall’origine il meno inquinanti possibile? E dietro questo, non c’è forse la consapevolezza che prospettive incerte sul futuro sconsigliano gli investimenti destinati al rinnovamento degli impianti? E allora aggiungo: ma a cosa serve un piano energetico non troppo dissimile, nella sua filosofia, da quello elaborato a suo tempo dalla Giunta di centrodestra (limitazione dell’eolico a parte)? A cosa serve il “tutto carbone” per il consumo industriale interno, posto che il gasdotto servirà prevalentemente per l’approvvigionamento continentale? Penso peraltro che anche su questo non tarderemo a renderci conto di una permanente criticità: sono circa venticinque anni (da quando in pratica faccio politica) che ogni tentativo di affidare in varie forme agevolate a qualche impresa lo sfruttamento del carbone Sulcis per produrre energia non va in porto. Ancora oggi, pur in un regime di prezzo crescente di tutti i combustibili fossili, importare carbone migliore dal Sudafrica o dalla Polonia costa meno. E che ne sarà di un parco energetico sovradimensionato, quando entrerà in funzione il cavo SAPEI? Quel cavo, certamente, potrà servire per esportare (nel programma di SardegnaInsieme avevamo però proposto che la Sardegna non diventasse una piattaforma energetica per l’esportazione), ma ci si può ancora nascondere che, con la piena liberalizzazione del comparto elettrico del mercato energetico, ormai ineluttabile anche per l’Italia (benché qui finora consapevolmente ritardata), SAPEI sarà soprattutto utilizzabile per importare energia a costi di mercato?Ecco perché questa legislatura avrebbe dovuto essere spesa per costruire una transizione industriale attraendo quell’industria non energivora, non inquinante, ad alto valore aggiunto, di cui anche una piccola regione insulare ha bisogno per non restare fuori dai processi economici mondiali. Non si può solo assistere alla progressiva chiusura delle fabbriche (vedi il settore tessile) o vivere con l’incubo che chiudano all’improvviso le energivore, senza preparare un’alternativa. Non si può pensare seriamente di vivere solo di turismo o di produzioni artigianali o di agricoltura locale. Quando scegliemmo Soru pensavamo che un Presidente di provenienza imprenditoriale a questi problemi avrebbe saputo dare un contributo. Posso solo prendere atto che, anche nella matrice imprenditoriale, ci sono inclinazioni e vocazioni diverse: molti industriali si sono trasformati in finanzieri ed in immobiliaristi; nessun finanziere o immobiliarista, nel nostro Paese e nella nostra Isola, si è trasformato in industriale, neppure quando si è messo in politica.Tuttavia su un punto ha ragione Paolo Maninchedda. Non è demonizzando la persona di Soru che si rende un servizio alla politica. Soru l’abbiamo chiamato noi. Oggi, per sopravvivere, lui sta cambiando in parte le sue alleanze. Ha bisogno della neutralità, se non del sostegno, di alcuni poteri forti, interni o contigui al centrosinistra tradizionale.La chiave di lettura dell’ultimo congresso regionale dei DS sta quasi tutta qui. Archiviato (ma non era di sua competenza, trattandosi di fatto nazionale) senza batter ciglio l’abbandono della Sinistra Democratica, il Congresso ha registrato un parziale cambio di gestione, con il palesarsi di un’alleanza tra l’area socialista (ormai non solo egemone politicamente, ma maggioritaria anche numericamente) e proprio la parte degli ex-PCI originariamente più ostile alla candidatura di Soru. La proclamazione della ricandidatura presidenziale ha avuto un segno tutto politico: Antonello Cabras ha notificato che la maggioranza congressuale, tra Presidente della Regione e Presidente del Gruppo, sceglie il Presidente della Regione e che nei DS, pronti a trasmutarsi nel Partito Democratico, non vi sono candidati alla successione presidenziale, casomai qualcuno avesse coltivato tale velleità.E’ qui che veniamo al problema cui accennavo in apertura: mutazione o disvelamento? Non voglio dare ora una risposta, anche se nel valzer di nomine, da quelle bancarie a quelle di TecnoCasic, qualche indizio emerge. Così come emerge in alcune questioni urbanistiche importanti: chi beneficerà a Cagliari, nella partita su Tuvixeddu, della sottrazione di volumetrie a Coimpresa? Per quali destinazioni, a chi e dove fisicamente andranno quelle volumetrie? Basta aspettare ancora un po’ e la risposta, che molti di noi immaginano, sarà palese a tutti. Certo è che tira aria di restaurazione. Né più ne meno di quanto avvenne a metà della legislatura Palomba. Esattamente stessi tempi e stessi protagonisti, con una differenza non da poco: per Palomba fu decretata l’uscita a fine corsa, per Soru si decreta la riconferma. Con quali conseguenze, anzitutto sul futuro dell’azionista principale della maggioranza di centrosinistra (il nascente Partito Democratico, del quale fa parte anche un protagonista per ora silente, ancorché non privo di tensioni, cioè la Margherita) non sappiamo ancora.Tutto ciò detto, bisogna pure far politica. Io non so se Sinistra Democratica per il Socialismo Europeo sarà quello che alcuni di noi vorrebbero. E non so se sarà uno dei soggetti di prossime alleanze politiche ed elettorali. Ad oggi ha esattamente 18 giorni di vita: figuriamoci. So che molte dinamiche comunque porteranno alla costruzione di coalizioni a sinistra del Partito Democratico, ancorché con esso alleate. Sinistra Democratica (o quel che ne verrà fuori), PdCi, Prc, SDI, dovranno fare i conti con la necessità di uscire dalla frammentazione: ne va della sopravvivenza. E non è difficile pensare che tali coalizioni interloquiranno in varie forme con altre forze del centrosinistra e sardiste (Italia dei Valori, Sardegna e Libertà, Partito Sardo d’Azione), ma ad una condizione non contrattabile: tenere fuori il centrodestra dalla guida della Regione. Nessuno di noi cadrà nella trappola del “muoia Sansone con tutti i filistei”. Se la situazione è grave come mi sono sforzato di spiegare, i pali di ancoraggio restano tuttavia non suscettibili di variazione.E allora, Soru o non Soru, il terreno del confronto politico va imposto con fermezza, anzitutto sui contenuti materiali dell’azione di governo, in ordine ai quali, anche tra alleati, si può competere nella ricerca del consenso, che è condizione culturale per perseguire, se non l’egemonia, almeno la massima efficacia della propria azione politica.Qualità delle istituzioni, strategia economica, questione occupazionale, welfare (la nostra sanità, dopo due anni e mezzo, costa più di prima ed è disfunzionale come prima: si guardi alla situazione del Brotzu), ambiente (dopo e fuori dalla confusione con urbanistica e paesaggio). Questi sono i temi su cui tentare di imporre un punto di vista. E per imporlo con fermezza occorre anche sperimentarsi sul terreno delle regole. Quasi certamente nemmeno questa sarà la legislatura del nuovo Statuto Speciale. Però nessuno ci vieta di parlarne appropriatamente. Senza una cornice culturale costituzionale, infatti, è inevitabile che si partoriscano piccoli aborti come la Legge Statutaria. Democraticità e rappresentanza: certamente invece anche questo Consiglio regionale partorirà una nuova legge elettorale. Possiamo batterci perché sia fatta in grazia di Dio e ci fornisca non solo la stabilità della maggioranza e dell’esecutivo, ma anche una rappresentanza non concentrazionaria e nello stesso tempo anche di qualità? Costi della politica: ormai sappiamo che non è demagogico parlarne. Se, come dice Pubusa su questo sito, vi sono studi che dimostrano che il costo medio dei nostri politici è doppio rispetto a quello di altre esperienze democratiche europee, beh, allora io non mi tiro indietro davanti alla proposta di dimezzarlo tout court. Ma anche in politica occorre una comparazione tra costi e produttività. Qui torniamo alla legge elettorale. Col sistema attuale vi sono rappresentanti del popolo eletti con poche centinaia di voti. Il divieto di mandato imperativo, contenuto nella nostra Costituzione come in tutte quelle democratiche occidentali, è di fatto eluso. Se a una persona basta soddisfare le aspettative di alcune decine di famiglie per poter aspirare a guadagnarsi la carica e a conservarla, è a quegli interessi che guarderà, prima che a quelli generali. Per altro verso, più ci si spinge verso il trasferimento di funzioni al sistema delle autonomie locali, più diventa chiaro che è al livello locale che si deve avere la rappresentanza territoriale e che perciò il Consiglio regionale deve essere un vero Parlamento e non un camera confederativa di rappresentanze territoriali. Allora 85 e persino 80 consiglieri regionali sono troppi e non servono. Meglio, mettiamo, sessanta, ma eletti tutti con ambiti vasti di consenso, territoriali, sociali, d’opinione. Del resto al Consiglio regionale si affianca il Consiglio delle Autonomie: è là che si esprime il concorso del sistema territoriale alle scelte della Regione.Concludendo: le idee strategiche non mancano, anzi, sono praticamente obbligate. Il problema è far venir fuori una classe politica che sappia interpretarle, anche sapendo di correre qualche rischio. Una classe politica che a questo punto non abbia né il bisogno di evocare un Soru (tanto c’è già), né quello di esorcizzarlo. Per usare uno slogan ripetuto nella scorsa campagna elettorale regionale: lui non è un gigante, noi non siamo dei nani. Salvo però l’obbligo per noi, indipendentemente da lui, di provarlo con maturità e con coerenza.

Nessun commento: