martedì 26 giugno 2007


A.R.S.- Associazione per il Rinnovamento della Sinistra
Sinistra democratica - Cagliari


Conferenza dibattito su



Referendum Segni-Guzzetta:
le ragioni del no.
Quale legge elettorale?



Venerdì 29 giugno
Ore 17.00


Sala Conferenze Banco di Sardegna
Viale Bonaria Cagliari

PROGRAMMA
Presiede
Gianluca Scroccu -Sinistra Democratica

Introduce:
Federica Grimaldi – Collettivo Giustizia Sinistra Democratica


intervengono

Benedetto Ballero, Università Cagliari

Luigi Concas, Università Cagliari

Andrea Pubusa, Università Cagliari


Segue Dibattito

Sono previsti interventi di esperti,
di esponenti delle associazioni e
delle forze politiche e sindacali.

martedì 19 giugno 2007


Lavoro, diritti e nuova politica
Sinistra Democratica per il Socialismo Europeo incontra i cittadini di Monserrato

La politica riguarda anche te.
Sinistra Democratica per il Socialismo Europeo
Sta scrivendo una nuova pagina della storia
e della politica in Italia.
Scriviamola insieme

Monserrato
Giovedì 21 Giugno 2007
Casa Foddis, ore 17:30

DIBATTITO PUBBLICO

Partecipano:


Mauro Beschi, segreteria nazionale della funzione pubblica CGIL, responsabile Dipartimento welfare e mercato del lavoro


Enrico Palmas, Coordinatore provinciale Sinistra Democratica per il Socialismo Europeo

Coordina:
Veronica Marongiu

lunedì 18 giugno 2007

SINISTRA DEMOCRATICA SARDA: CAMBIARE LA POLITICA, UNIRE LA SINISTRA
di
Carlo Dore jr. e Gianluca Scroccu


L’assemblea regionale della Sinistra Democratica sarda, svoltasi ad Oristano lo scorso sabato, ha costituito un utile ma anche fortemente dialettico momento di confronto tra le varie anime della politica isolana che si riconoscono nel movimento fondato da Fabio Mussi e Gavino Angius.
In particolare, i contenuti emersi dal dibattito che ha fatto seguito alle relazioni introduttive costituiscono lo spunto per procedere ad alcune riflessioni in ordine ai caratteri che il movimento in questione deve assumere per perseguire con efficacia l’obiettivo di “cambiare la politica unendo la sinistra” individuato dai promotori nella manifestazione nazionale del 5 maggio.
In questo senso, è stata ribadita la necessità di configurare SD come “una realtà che parte dal basso”, come un soggetto politico il quale, attraverso il costante coinvolgimento di iscritti e simpatizzanti nella determinazione delle scelte strategiche fondamentali, possa costituire un punto di riferimento costante per quell’ampia fetta di elettorato progressista che, non riconoscendosi nel progetto del Partito Democratico, non accetta di sottostare alle bieche logiche di potere a cui di fatto l’azione dei partiti tradizionali risulta da anni ispirata. Mai come oggi è infatti necessario recuperare una dimensione “orizzontale” della politica che spezzi l’impianto verticistico che ha finora contraddistinto lo scenario pubblico in Italia e in Sardegna.
I militanti che si sono avvicinati ai DS negli ultimi anni successivi alla vittoria del 1996 hanno infatti avuto la netta impressione di rapportarsi ad una realtà sottoposta ad un lento processo di disgregazione, ad un partito privo di basi ideologiche chiare e per questo incapace di assumere (su temi cruciali quali quello del conflitto di interessi; della giustizia; del lavoro) le scelte radicali di cui il Paese invocava l’attuazione.
Sfruttando appieno i meccanismi di una legge elettorale creata allo specifico scopo di potenziare il ruolo delle segreterie, i vertici del Botteghino non hanno esitato a sacrificare figure politiche di altissimo profilo per sostenere candidati impresentabili, la cui unica ragione di merito poteva essere identificata nella contiguità rispetto a determinati centri di potere.
Le conseguenze di un simile status quo emergono in tutta la loro evidenza dalle vicende attualmente all’attenzione della cronaca: mentre i rapporti tra il quadro di comando della Quercia e ben noti settori del mondo economico assumono ogni giorno contorni più inquietanti, gli elettori del centro-sinistra manifestano il loro disagio attraverso l’astensionismo crescente e il brusco crollo di consensi registrato dall’Ulivo con riferimento ad aree territoriali tradizionalmente definite alla stregua di “roccaforti rosse”.
Premesso che la strategia diretta alla creazione del PD deve considerarsi in realtà finalizzata a celare sotto le bandiere dell’Ulivo e le note di Ivano Fossati quelle che sono le conseguenze nefaste della crisi di un’intera classe dirigente, Sinistra Democratica si trova nella paradossale condizione di dover ricercare proprio nelle radici di questa fase di trionfo dell’antipolitica le linee-guida in base alle quali impostare la sua iniziativa riformatrice.
Per cambiare la politica, per unire la sinistra, occorre infatti che il movimento creato da Mussi ed Angius, accantonate le logiche delle baronie, delle faide interne e delle rendite di posizione che hanno contraddistinto i primi anni di vita della Seconda Repubblica, risulti fedele alla concezione berlingueriana del partito inteso non già come strumento di potere (o come veicolo per il potere), ma come struttura idonea a favorire, coerentemente con quanto previsto dall’art. 3 della Costituzione, la partecipazione dei cittadini alla vita della res publica.
Da questo punto di vista, anche per un movimento che sta nascendo come Sinistra Democratica, è fondamentale inserire la piena trasparenza delle informazioni tra gli aderenti e i militanti, che hanno diritto di formarsi per tempo le opinioni, discuterne in appositi dibattiti aperti e partecipati che consentano di presentare proposte di lavoro, documenti (che non sono mai inopportuni), contributi alla discussione. Deve quindi considerarsi esaurita l’epoca delle assemblee convocate per fungere da mero organo di ratifica di decisioni già predeterminate nel chiuso delle stanze dei bottoni, delle riunioni controllate dai soliti, piccoli feudatari ormai a tal punto compenetrati nella loro (più o meno rilevante) funzione istituzionale per accettare, dopo decenni trascorsi a ricoprire ruoli di primo piano, la triste prospettiva di un’attività politica da svolgere lontano dai palazzi del potere.
Per non parlare della assoluta necessità del rispetto della piena parità di genere, da praticare tanto negli organismi dirigenti, quanto nelle candidature e nella vera e propria conduzione delle battaglie politiche. Solo così si possono scardinare le logiche che hanno condotto all’isterilimento della vita politica dei partiti italiani
Così ragionando, risulta inoltre evidente la necessità di superare - attraverso la previsione di rigorosi limiti al numero dei mandati e l’affermazione di una radicale incompatibilità tra l’assunzione di cariche pubbliche e lo svolgimento di funzioni di coordinamento nell’ambito dei partiti - quella condizione l’appiattimento dei gruppi dirigenti all’interno delle sedi istituzionali su cui si fonda l’esistenza della famosa “casta” a cui è dedicato il recente saggio di Sergio Rizzo e Giovanni Antonio Stella.
Se questi obiettivi verranno perseguiti con coerenza e generosità, il nuovo soggetto politico non risulterà qualificabile come l’ennesimo “partitino” creato per barattare un pugno di voti con posti di sottogoverno, ma come una vera forza innovatrice in grado di favorire, attraverso la riaffermazione di una visione etica della politica, quella fase di coesione tra le forze progressiste di cui da troppo tempo gli elettori invocano il completamento.

domenica 17 giugno 2007

Sommerse e salvate: donne in vendita tra prostituzione, tratta e sfruttamento

di

Manuela Scroccu

Le africane hanno tanti nomi, perché nei loro paesi averne tanti è segno di buona fortuna, e abiti succinti che non riparano dalle intemperie delle notti invernali e dagli sguardi dei clienti. Le ragazze rumene, polacche e croate portano lunghi stivali e gonne cortissime.
Nina ha gambe lunghe e grandi occhi verdi, luminosi e appena velati dalla malinconia di chi, a 22 anni, ha conosciuto il dolore e l’umiliazione di essere trattata e venduta come un oggetto. Nel suo paese, uno dei tanti dell’Est Europa ridotti in poltiglia mal rigurgitata dal crollo dell’Unione Sovietica, studiava Economia. Quando l’ho conosciuta, ormai libera dai suoi sfruttatori, si preparava a lasciare la Sardegna per iniziare una nuova vita. Alle spalle si lasciava la strada e la verità: quest’ultima, ricostruita in un processo che, attraverso la sua coraggiosa testimonianza ha consentito di sgominare una pericolosa organizzazione criminale che “importava” dall’Est giovani ragazze per sfruttarle nel fiorente mercato della prostituzione.
Becky, invece, è venuta da Benin City con un passaporto nigeriano falso. Occhi neri e duri di chi, acquistata per pochi dollari direttamente nel proprio villaggio, è stata spedita come un pacco postale fino a Roma, poi Napoli, infine imbarcata sulla Tirrenia per Cagliari. Dopo sono bastati pochi chilometri, quelli che separano il porto di Cagliari da viale Monastir. Pochi chilometri per segnare la distanza che separa la speranza di una vita migliore dal precipitare nell’abisso dello sfruttamento della prostituzione. Ha scalato la gerarchia sociale, Becky, diventando “madame” quindi, a sua volta, sfruttatrice di altra carne umana trasportata a buon prezzo fino alle squallide strade delle nostre periferie. Dal carcere, dove si trova e sta scontando la sua pena, probabilmente ripensa alla sua vita e non riesce a comprendere come un giudice l’abbia potuta condannare per aver solo cercato di sopravvivere.
Gli occhi di Alina, invece, quelli non li so descrivere: non si vede il colore dalle foto scattate dalla Polizia Scientifica. Lei non è stata fortunata: i suoi 18 anni, i suoi sogni e le sue speranze sono stati spezzati una sera di luglio: seviziata a morte, il cadavere nascosto in un frigorifero. Il suo aguzzino, il fidanzato che l’aveva portata in Sardegna e l’aveva costretta a prostituirsi, è stato processato e condannato in contumacia. Non l’hanno mai trovato.
Nina, Becky, Alina. Storie comuni a quelle di molte altre: portate in Italia con la promessa di un lavoro, oppure spinte dalla necessità di lasciare paesi devastati dalla guerra o dalla miseria, sbattute sulla strada una volta sbarcate sul suolo italico. Storie simili, diversa è solo la fine.
Nina si è salvata perché ha pianto. Ha pianto, raccontando la sua storia: prima ad un cliente, poi alla proprietaria dello squallido alberghetto dove la costringevano a vivere, poi alla suora del centro di accoglienza che l’ha aiutata a nascondersi, infine al suo avvocato e al pubblico ministero. Per lei il sistema ha funzionato. Ha funzionato una legislazione tra le più efficaci d’Europa, che non solo ha ridefinito (con la legge 228/2003) le fattispecie giuridiche che puniscono la riduzione o il mantenimento in schiavitù o servitù ai fini dello sfruttamento sessuale e la tratta di persone a questo scopo, ma ha predisposto una serie di strumenti di natura sia giuridica (speciali programmi di protezione per le vittime del “trafficking”) che economica (come il fondo per le misure anti tratta, istituito dall’art. 13 legge 228/2003 presso la Presidenza del Consiglio che si occupa di finanziare i programmi di assistenza alle vittime dello sfruttamento).
Becky e Alina, invece, pur nella diversità delle loro storie, fanno parte della categoria delle “sommerse”. Il loro destino è stato diverso, come quello di tanti altre giovani donne: nel migliore dei casi in prigione, trasformate anch’esse in aguzzine; nel peggiore, una vita segnata dalla paura: paura di essere in un paese straniero, paura del freddo, della polizia, della notte, dei clienti, degli sfruttatori. Fino a sparire nel nulla, nella consapevolezza, forse, di essere state, per i propri aguzzini, merce redditizia ma deteriorabile e quindi facilmente sostituibile.
Tale fenomeno complesso, a fronte di una domanda di sesso a pagamento sempre crescente e differenziata, è strettamente intrecciato con una criminalità organizzata feroce e senza scrupoli, che non esita a servirsi di forme di coercizione crudeli per assicurarsi un ricambio sempre fresco di nuove schiave disponibili, per lo più immigrate quasi sempre fatte entrare clandestinamente.
Eppure, oggi non fanno più notizia: sono figure ormai di contorno delle grigie periferie urbane delle nostre città. Le retate e gli arresti, ormai, si meritano un trafiletto nelle pagine di cronaca spicciola. Una parte di loro vive in condizioni di sfruttamento estremo. Molte altre, invisibili ai più, lavorano in piccoli appartamenti, nei night club, negli alberghi. Intrappolate dai debiti contratti per venire in Italia, vengono sottoposte a ricatti e pressioni, sia fisiche che psicologiche, dai propri sfruttatori.
Sembra che la regola sia quella delle “sommerse” e che invece le “salvate” siano un’eccezione.
Con la carne umana si fanno ottimi guadagni: da sempre. Il resto lo fanno un mercato globale sempre più aggressivo e senza regole e, soprattutto, le perduranti ingiustizie del mondo e la povertà: portatrici efficienti e mai stanche di disgregazione sociale e sopraffazione dei deboli.
Nulla a che vedere, quindi, con il moralismo benpensante del buon padre di famiglia che “non può più portare la famigliola felice a fare una passeggiata la sera”. Se la prostituzione non è un reato, nel nostro ordinamento, e i percorsi di vita che portano ad esercitarla sono molteplici e complessi, non riconducibili certamente a sterili giudizi morali o riduttive classificazioni, parlare di sfruttamento della prostituzione, invece, significa puntare un faro contro una nuova schiavitù, una moderna tratta di schiavi, che attraversa i continenti fino al cortile di casa nostra. Significa indagare un fenomeno che interessa nel profondo il tema della salvaguardia dei diritti delle donne e impegnarsi a contrastare questa “rinnovata” schiavitù femminile, cercare di dare delle risposte a quello che, molto spesso, non rappresenta “il mestiere più antico del mondo” ma “la discriminazione più antica del mondo”.
Il socialismo moderno e vitale di Olof Palme

di

Gianluca Scroccu

È un vero paradosso (anche se forse spiega più di tante altre cose i ritardi della sinistra italiana) che a vent'anni dal suo efferato e misterioso assassinio del febbraio 1986 nel nostro paese non sia mai stata pubblicata una biografia di Olof Palme. Per fortuna ora è uscito in libreria il bel saggio di Aldo Garzia "Olof Palme, vita e assassinio di un socialista europeo", edito dagli Editori Riuniti.
Nell’ultimo congresso dei DS il partito si è non a caso diviso proprio sull’appartenenza alla famiglia del socialismo europeo, che peraltro si vorrebbe superare con la creazione dell’effimero ed indefinito Partito Democratico. Questo libro permette di capire tutti i limiti culturali della nostra sinistra, proprio a partire dalla scarsa attenzione riservata all’analisi seria e concreta della storia della socialdemocrazia europea.
L’attualità del pensiero e dell’attività politica di Palme, come sottolinea giustamente Garzia, si riconosce nell’aver declinato in maniera originale un socialismo non appiattito su rigidi schemi economicistici ma aperto ad una riflessione continua sull’importanza della lotta dell’emancipazione dell’uomo e della donna. Proprio sul tema della parità di genere e delle pari opportunità si può misurare uno dei punti più innovativi e moderni della politica di Palme. Con i suoi governi si rafforzò in Svezia quel modello di famiglia per cui i lavoratori devono essere entrambi i coniugi che si dividono equamente le fatiche quotidiane domestiche, a differenza, ad esempio, di un modello assistenziale come quello italiano modellato su un unico percettore di reddito di genere maschile. Palme non a caso si impegnò con forza per tutelare la donna svedese con la stessa copertura legislativa, fiscale ed assicurativa dell’uomo, in modo da garantire un giusto equilibrio capace di assicurare il pieno e libero accesso delle donne al mercato del lavoro e ad importanti carriere senza che questo costituisse un ostacolo alla maternità. Ci sono poi nel libro le sue battaglie sul tema dell’ambiente (fu uno dei primi politici a porsi, negli anni Settanta, il problema dell’esaurimento delle risorse energetiche e della necessità di un nuovo modello di sviluppo eco-compatibile). Palme fu un socialista vero che si chiedeva se può avere un senso ridurre le tasse quando questo significa assottigliare le coperture sociali e sminuire la qualità dei servizi, e che si pose con il “Piano Meidner” il tema del controllo democratico dei profitti e dell’ostacolo alle concentrazioni economiche, specie quelle parassitarie. La sua sfida in economia fu quella di accompagnare la tutela del lavoro e del diritto alla qualità del lavoro con l’espansione dei processi economici e la coesione sociale.
Nel libro si assegna un grande spazio al ruolo del premier svedese nello scenario politico internazionale e al suo impegno strategico imperniato sul concetto di una pace da costruire a partire da una ridefinizione del potere mondiale su un asse di parità tra le nazioni. Per fare questo il leader scandinavo non esitava nell’esternare la propria opinione sulle principali controversie internazionali con posizioni critiche tanto delle tentazioni egemoniche della superpotenza americana che di quella sovietica, essendo convinto che l’emancipazione delle popolazioni del Terzo Mondo dovesse essere intrapresa senza chiedere corrispettivi politici. Grazie a questa sua attività fu capace di dare alla Svezia una straordinaria visibilità internazionale, e questo tanto da Vicepresidente dell’Internazionale Socialista quanto da mediatore per l’Onu. Amico di tutti i movimenti progressisti dei vari continenti, fu un duro e critico avversario della guerra del Vietnam così come dell’intervento sovietico a Praga o di quello in Afghanistan. Un cammino che presenta, non a caso, diversi punti di contatto con l’azione politica di Enrico Berlinguer (in proposito si rimanda ai saggi di Silvio Pons, Raffaele D’Agata, Fiamma Lussana e Claudio Natoli contenuti nel volume appena edito da Carocci “Enrico Berlinguer, la politica italiana e la crisi mondiale”).
Garzia delinea l’uomo politico svedese come un riformatore coraggioso e illuminato che non riteneva di dover mediare sui problemi etici e che non si faceva imbrigliare neanche dalle sconfitte elettorali o dai condizionamenti interni ed internazionali (che come si spiega nel libro furono fortissimi). Del resto non è forse questa la crisi principale della sinistra italiana e cioè quella di aver rinunciato, a favore di parole come efficientismo e governabilità fine a se stessa, ad un pensiero forte ed autonomo capace di coniugare capacità riformatrice nel governo e un costante pensiero critico pronto ad individuare le gravi sperequazioni e le rendite di posizione che rendono il mondo così diseguale?
Olof Palme ebbe la costanza di chi applica una politica coerente tra ciò che si dice e ciò che si fa, chiamando le cose per il loro vero nome e non con i sotterfugi del cinico teatrino politico odierno. Così disse una volta rivolgendosi ai giovani socialdemocratici svedesi: «Se si elimina la volontà con la sua base di teoria e di valori, se si elimina come fonte di energia anche il convincimento emozionale, la politica nei paesi democratici si trasformerà in qualcosa di grigio e triste. […] Il socialismo è un movimento di liberazione. Il nostro obiettivo è liberarci il più possibile dalla pressione delle circostanze esterne, dando la libertà a ciascuna persona di sviluppare se stessa secondo le proprie peculiarità e i propri desideri».
Era un uomo di sinistra conscio che la lotta tra il pensiero socialista e la realtà è il dilemma affascinante ma anche l’unica forza motrice delle politiche socialdemocratiche.
Sapeva bene che non c’è giustizia sociale senza libertà, così come libertà senza giustizia sociale. Ecco perché le sue idee, come dimostra il lavoro di Aldo Garzia, possono offrire molti spunti di riflessione alla sinistra italiana che tenta di intraprendere, seppur tra mille contraddizioni, un percorso unitario difficile e lungo ma necessario per la costruzione di un nuovo modello sociale che tanto sul piano internazionale che su quello nazionale e locale porti avanti una nuova etica dello sviluppo.



giovedì 14 giugno 2007

Sa martinicca? Siamo in guerra!

di
Michele Panebianco (essere vivente)



L'Italia ha già vissuto scenari di guerra, in tempi remoti ed anche recenti; ma solo un numero molto ridotto di lettori era nato o ha memoria diretta di quando Cagliari fu bombardata, ma naturalmente ne siamo venuti a conoscenza egualmente. Si usava bombardare una città, i residenti sfollavano nelle campagne (chi poteva), c'era un'etica anche nei bombardamenti. Andate a raccontarlo ai civili di tutte le guerre, andate a chiederlo a chi ha vissuto e subito anche a Cagliari gli effetti di un bombardamento, andate a spiegarlo ai morti di Hiroshima o di Falluja, o del Vietnam, o della Cecenia, o dell'Afghanistan, o in Jugoslavia, o in Nigeria, in Ruanda, cos'è l'etica dei bombardamenti, cos'è un'azione strategica chirurgica, come si comporta una bomba intelligente.

Certo, non ci sono più le guerre di una volta. Che bei tempi, quando eserciti con divisa rossa e blu si accoppavano allegramente in una grande pianura, fra soli militari! Con elefanti, cavalli, cimieri al vento, sciabole scintillanti! Che bei tempi!

Poi, messa da parte la mitologia della "bella guerra" e la sua rappresentazione agiografica, letteraria e cinematografica, bisogna ricordarsi anche degli stupri, delle rapine, dei bottini di guerra, dei genocidi, del terrore, da Gengis Khan a Napoleone, da Giulio Cesare a Hitler, da PolPot a Stalin, da Ramses ad Alessandro, da Bush a Milosevic, da Amin a Saddam...

Chi non ricorda il film "Tutti a casa" con Alberto Sordi? Non si riusciva a capire come i liberatori, i buoni, gli Alleati anglo-americani, prima ti bombardano, e uccidono, poi ti liberano, e bisogna anche festeggiare. Prima gli alleati erano i tedeschi, ed i nemici gli americani; poi gli alleati sono gli americani, ed i tedeschi nemici. Non si riusciva a capire nulla, ti sparavano addosso tutti, come sicuramente non capisce il bambino mutilato ed ucciso dalle mine e dalle cluster-bomb in Somalia, in Cecenia, in Serbia, in Iraq, In Afghanistan, Vietnam, Corea, Darfur, Palestina, ecc. ecc. ecc., dai bombardamenti, dal fuoco amico, dal fuoco nemico, (chi è il nemico?), dal fuoco e dalla spada, che vuol dire sangue, terrore, sofferenza, tragedia, incomprensibilità: per essere liberi, veramente liberi, per essere giusti, veramente giusti, democratici, per battere il tiranno, per vivere meglio, per ottenere tutto ciò bisogna morire, essere mutilati, bisogna veder morire intere moltitudini di amici, di genitori, di figli, veder distrutta la propria casa, avere fame, essere poveri, molto più poveri, e convivere con la disperazione per anni, decenni: in nome di cosa?

A Cagliari, come oggi in Afghanistan, c'era “sa martinicca", così veniva chiamata dai cagliaritani la borsa nera. Alla parola si associava il concetto: martinicca uguale guerra. C'erano gli sciacalli, c'erano i ladri, i signori della guerra, c'erano gli approfittatori, c'era il riaffiorare di tutto il peggio del comportamento umano, c'era l'assenza totale di regole, un lusso di cui ci si può dotare in condizioni di equilibrio, di pace.

Ci si riempie tutti la bocca di pace. Tutti. Tutti noi, che abbiamo la bandiera multicolore appesa al balcone, tutti noi che sentiamo di essere di sinistra, che solidarizziamo con i movimenti per la pace, tutti noi, e tutti voi, che siete credenti in Dio, un qualunque Dio, il quale vuole la pace; tutti noi occidentali, che abbiamo la pancia piena, che guardiamo distrattamente oppure, al contrario, addirittura con commozione le tragedie in diretta, tutti noi che da quando siamo nati non abbiamo sentito la puzza del sangue e della carne maciullata di un padre, di un fratello, di un passante innocente, estraneo; tutti noi, privi della memoria storica, anche la più recente. Che però giudichiamo, con severità, le barbarie altrui. Tutti noi che non ci rendiamo conto, pensando quindi di essere dalla parte del giusto, dalla parte dei "buoni", di non essere in pace, ma complici e quindi artefici delle ingiustizie, pur inconsapevoli. Ma ciò non rappresenta una giustificazione, non può divenire un alibi.

Quando si parla in astratto, per esempio di pace, è facile trovare sintonia e comunione d'intenti. Si, siamo tutti d’accordo, sin quando si tratta di enunciare principi e di buone intenzioni.

Ma come si entra nel merito emergono le differenze, tutto diventa più difficile, ci si deve sporcare le mani: cosa fare per una politica di pace, concretamente, ora ed adesso, in medio oriente, in Africa, in Asia, ecc., in uno scenario dominato da retaggi storici, da lutti, dolore, rancori, differenze culturali secolari, morti accatastati per secoli, in un contesto di economia globalizzata anglo-americana, e di noi occidentali di fatto alleati e di fatto complici, in un mondo che ha l'inglese come lingua unificatrice (sarà un caso?), con le guerre locali ammantate da ideologia, ma originate dalla necessità della detenzione del controllo petrolifero? Delle guerre che sono una sola guerra, ora chiamata "globale", ma che risponde alla stessa logica di sempre; il più forte ha gli eserciti più potenti, in funzione del proprio benessere in spregio delle vite, e culture, e benessere altrui. Le ragioni dei deboli sono deboli, la reazione dei deboli si classifica "radicale", "massimalista", "terrorista", “sovversiva”. Ricordiamo che anche i partigiani erano così classificati. Solo per parlare della recente storia italiana, anche Gobetti, Gramsci, Pertini, a suo tempo, furono incarcerati o uccisi con le stesse argomentazioni.

Se ci si sforza di analizzare freddamente, razionalmente quanto è avvenuto nella storia, si possono trarre grandi insegnamenti e linee di condotta per il presente. Cercando anche di non far prevalere gli aspetti ideologici su quelli meramente pratici. Andiamo a parlare di pace a chi la pace non la conosce, trasmettiamo un filmato del G8 o del Papa in Darfur, o a Kabul. Non potremmo nemmeno trasmettere nulla, colà non c'è nemmeno la corrente elettrica, c'è solo la legge della giungla.
Per analogia, andiamo anche a parlare di politica, di etica, a chi non ottiene risposte sul figlio disoccupato, sul prezzo della roba da mangiare, sulla bolletta della corrente, sul suo futuro.

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Salvare la sinistra: ok
Unirla: va bene

Questa sinistra mondiale, italiana, sarda mi appare in guerra. Una guerra della giungla, in veste di preda. Una guerra di posizione, difensiva. Una guerra non dichiarata, in cui non si voleva entrare, in cui non ci si vuole spendere, in cui non si trovano motivi di entusiasmo e capacità di dare risposte ideali ed al contempo concrete, pensando forse che si potesse vivere di rendita, sfruttando una rendita di posizione; una guerra che avrebbe bisogno di persone dotate di coraggio, di coerenza, una guerra che non ha bisogno di eroi (in ogni caso, non temiate, non ce ne sono!).

In guerra non ci sono più le leggi, le regole, è illusorio appellarsi a queste. Ci sono solo persone con potere, che lo utilizzano al loro servizio, non al servizio collettivo. E ci sono anche quelli, la maggioranza, che questo potere non ce l'hanno. Così come chi aveva messo da parte grandi o piccole quantità di farina faceva la "martinicca", o chi aveva carburante ed una ruspa ne faceva speculazione sui disperati, o chi aveva armi le vendeva a peso d'oro. Poi c'erano i partigiani, quegli "strani". Bisogna proprio essere degli stronzi illusi ed idealisti, ad essere partigiani. Salvo, poi, saltare sul loro carro, appellandosi ai principi della costituzione repubblicana nascente dalla loro opera e dal loro pensiero, ed a cui, in pectore, dicono di essersi tutti ispirati.

Quali sono gli strumenti del potere? Si può condensare il concetto in una sola parola: FORZA. Quella economica, militare, di gestione delle informazioni da elargire e da strumentalizzare.
Questo assioma è valido su vasta scala, nei contesti mondiali in qualunque epoca, e lo possiamo rendere valido anche, per traslazione e per analogia, all'attività politica locale e nazionale.

Abbiamo regole? NO, forse in passato le avevamo, pur poche e confuse, ma efficaci per unire gli intenti. E' necessario darsene di nuove, immediatamente.

Abbiamo forza? NO, forse in passato l'avevamo, almeno quella etica e ideale, anche di consenso elettorale e popolare. E' necessario recuperarla, parlando ed agendo in modo semplice, rigoroso, lineare.

C'è ancora la "martinicca"? SI, ci sono pochi che possiedono lo zucchero e la farina, e ne fanno un'arma di ricatto. E' necessario stroncarla.

Abbiamo una stella polare? SI, come l'avevano i partigiani. Sarebbe interessante sapere se stiamo tutti volgendo lo sguardo verso la stessa stella.

Bisogna avere il coraggio di rischiare, cioè perdere oggi qualcosa di sicuro, per avere qualcosa di migliore, forse, domani.


Alla prossima puntata

mercoledì 13 giugno 2007

Cronaca di una batosta annunciata

di

Andrea Pubusa


Solo degli imbecilli possono pensare che il popolo del centrosinistra non si accorga che si sta consumando sotto i nostri occhi una delle più gigantesche operazioni di trasformismo della nostra storia: un’azione di coraggioso aggiornamento della sinistra che si trasforma ad opera della maggioranza DS e non solo in un vero e proprio cambio di campo con la creazione del PD, un abbandono della rappresentanza dei ceti più deboli, in favore dell’impresa e del libero mercato, una condivisione delle scellerate operazioni di privatizzazione che stanno mettendo nelle mani dei soliti noti faccendieri il patrimonio pubblico, accumulato con sacrificio dagli italiani nei decenni. Il risultato è l’allargamento sproporzionato e ingiustificato della forbice fra ricchi e poveri. In campo salariale un dirigente prende fino a 500 volte in più dell’operaio o del piccolo impiegato o del precario, chi comanda rafforza le sue garanzie (liquidazioni e pensioni milionarie) mentre i ceti popolari tornano ad un precariato e alla mancanza di diritti di ottocentesca memoria. In nome di questa governabilità si toglie potere ai cittadini con leggi elettorali che allontanano sempre più da un accettabile sistema parlamentare e soprattutto mettono in mano a ristrette oligarchie il potere di decidere. Il Parlamento italiano è composto da persone scelte da una ventina di dirigenti dei partiti. E Segni, con referendum che ha molti padrini (avete visto Cabras firmare con Porcu, Fantola e altri?), vuole accentuare questa “porcata”, dando il premio non alla coalizione ma al partito che vince.
In Sardegna molti avevano sperato in Soru, visto come la reincarnazione dell’homo civis che abbandona le proprie faccende private per mettere al servizio della comunità le sue competenze e il suo rigore. Ora, fasce sempre più ampie dei sardi si accorgono che, in fondo, il Presidente è rimasto mister Tiscali e così non trascura le aspettative di suoi antichi compagni d’affari, vieta ai sardi di mettere perfino un innocuo mattone nell’agro, ma non disdegna di offrire le bellezze naturali a potenti gruppi finanziari e immobiliari. Ricordate il viaggio in elicottero con Tronchetti? Poi, poco dopo la notizia della imminente liberazione di S. Stefano dagli americani, Soru si precipita ad annunciare che i bandi internazionali sui quei beni sono già pronti. Pronti per chi? E chi ha discusso i progetti? Il Consiglio regionale o quello comunale di La Maddalena o la comunità sarda? Ed allora si capisce anche la legge statutaria, ispirata alla cultura istituzionale della destra classica e pensata per un processo di incisiva limitazione dei diritti democratici e di espropriazione dei beni pubblici dei sardi. Perché se no voltare le spalle agli istituti di democrazia partecipativa? Perché togliere potere all’Assemblea rappresentativa? Perché rendere più difficili i referendum (vietandoli per di più proprio sull’assetto e sul trattamento della casta)? Perché regolare il conflitto di interessi, ammettendo che un Presidente così potente possa anche mantenere la gestione, a mezzo di un fiduciario, delle proprie aziende? Perché se no ammettere che le società del Presidente possano partecipare alle gare indette dalla Regione? Immaginate che bella par condicio in una gara d’appalto con Tiscali fra i partecipanti e il direttore generale della Presidenza a presiedere la commissione di gara? E perché infine negare tutto questo facendo credere che si è fatta una legge contro il conflitto d’interessi? E poi perché cacciare le persone rigorose e preparate dalla Giunta? E perché contemporaneamente allearsi con Cabras, Sanna e compagnia? Perché creare con loro la cupola del PD sardo anziché contrastarli? Perché aprire a Oristano a Onida e Atzori, Oppi benedicente? Perché a Selargius allearsi con Melis? Perché? Perché? Perché? Vien da dire – come ha fatto Beppe Grillo all’Anfiteatro ieri – vaffanculo! Ed è appunto questo che molti elettori sardi hanno detto domenica e lunedì a Soru e a un centrosinistra trasformista e bugiardo. Ci vuol molto a capirlo? Più difficile è su queste macerie, prima di tutto morali, creare un’alternativa. Ma bisogna provarci.

martedì 12 giugno 2007

Giuseppe Fiori tra giornalismo e passione storica

di

Gianluca Scroccu

La figura di Giuseppe Fiori è stata ricordata sabato 9 giugno in un bel convegno organizzato a Nuoro a quattro anni dalla sua scomparsa. In Sardegna diversi comuni hanno dedicato a questo grande protagonista della cultura e del giornalismo italiano piazze e vie; un viale in suo nome fu voluto anche dal sindaco di Roma Veltroni qualche tempo fa.
Non ci siamo mai conosciuti di persona, ma via telefono, nel marzo 2001, dopo che avevo scritto una lettera al quotidiano “L’Unione Sarda” nei giorni infuocati della polemica sul caso sollevato dalla trasmissione "Satyricon" e dal libro di Marco Travaglio "L'odore dei soldi" . Nella lettera ricordavo che proprio l’ex vicedirettore del TG2 nel libro "Il Venditore. Storia di Silvio Berlusconi e della Fininvest", pubblicato da Garzanti nel 1995, aveva ben sei anni prima ricostruito la vicenda personale e pubblica dell'allora capo dell'opposizione. Fui molto sorpreso di ricevere, quel pomeriggio, una telefonata proprio di Fiori che, avendo letto la lettera, voleva ringraziarmi; fu molto gentile e parlammo anche di altre cose, della mia tesi di laurea su Pertini, della mia volontà di provare il dottorato di ricerca con una tesi sul PSI negli anni del centro-sinistra (che lui, da vecchio socialista, incoraggiò). Parlammo anche dei suoi libri, e delle sue biografie in particolare.
Quei volumi che solo lui sapeva scrivere, fondendo mirabilmente la storia e il racconto, il documento d’archivio e la testimonianza diretta. Del resto, le opere biografiche non sono molto amate dalla storiografia accademica italiana (o almeno, non quanto in ambiente inglese), e, spesso, tocca ai giornalisti colmare questa lacuna.
Le vite di Gramsci, di Lussu, di Berlinguer, dell'anarchico Schirru, della famiglia Rosselli, di Ernesto Rossi e di Berlusconi (unico politico vivente al quale Fiori abbia dedicato una biografia, fatto non da poco, del quale, se fossi nei panni dell’ex Presidente del Consiglio, mi vanterei ben più di un'amicizia con un Putin o un Bush) da lui scritte non sono semplicemente la narrazione di fatti ed eventi della storia. Sono racconti di esistenze piene di passioni e drammi, di idealità ma anche di incomprensioni e di oblii ingiustificati; non era forse questo il destino di un personaggio come Ernesto Rossi (uno degli italiani più importanti della storia del Novecento, il cui impegno civile tanto ha ancora da dire specie ad una sinistra "in cerca d'autore"), se la biografia di Fiori, pubblicata da Einaudi, non ne avesse riscoperto l'attualità? O il caso di Gramsci, di cui il suo biografo ha costruito un ritratto così denso e drammatico, “con i tuffi nel sangue e nella carne”, da superare indenne quasi quarant'anni e conservare ancora la sua bellezza letteraria (personalmente, sono convinto che se il nome di Gramsci non è stato inserito nella lista nera dei personaggi della storia della sinistra, e del PCI in particolare, un pò lo si deve anche a questo ritratto del pensatore di Ales uscito per i tipi di Laterza).
Una storia, quindi, quella narrata da Fiori, come ricostruzione di fatti ma anche come memoria da conservare, sulla quale riflettere perchè non si ha futuro senza radici.
Radici, non radice; perché accanto ai “comunisti umanisti” Gramsci e Berlinguer c’è anche il socialista liberale Rosselli, o il progressismo liberale di Ernesto Rossi, o la fermezza e l’eroismo del “cavaliere di razza fenicia” Emilio Lussu, o, ancora, l’anarchismo candido e quasi fanciullesco di Michele Schirru. La ricostruzione di una sinistra plurale e dalla storia tormentata, ma percorsa da un filone unitario che oggi ci pare quanto mai attuale.
Per non parlare di un altro suo libro importante come “Uomini ex”, la storia dei comunisti a Praga nel dopoguerra, l’opera che insieme a “Mistero napoletano” di Ermanno Rea forse riesce come poche altre a rappresentare le illusioni e le speranze di un pezzo della sinistra italiana che fu, gli slanci generosi insieme ai settarismi spietati, la generosa volontà di cambiare il mondo e l’ottusa burocratizzazione del socialismo.
Ed è giusto ricordare, proprio in questo discorso sulla memoria da conservare e studiare, che il senatore della sinistra indipendente Giuseppe Fiori è stato promotore, insieme al senatore e storico socialista Gaetano Arfè, di una legge speciale che ha accelerato i tempi della accessibilità dei fondi archivistici del Tribunale Speciale fascista versati all'Archivio Centrale dello Stato, permettendo così l'avvio di tante ricerche.
Questo era Giuseppe Fiori, il suo impegno civile e il suo giornalismo: passione, rigore, capacità di fare inchieste, ascoltare Mesina o i pescatori di Cabras senza preconcetti ma con la voglia di ascoltare e interrogare, recarsi sul posto e testimoniare, per poi raccontare e aiutare il lettore o il telespettatore a comprendere e a interrogarsi, a porsi dei dubbi, a non prendere pacchetti preconfezionati di notizie come oggi vediamo in TV o leggiamo su molti giornali.
Il giorno della sua morte ricordo di aver visto su “Blob” un pezzo in cui un noto direttore di telegiornale chiedeva ad una sua giornalista (?) di spiegare ai telespettatori il ruolo di Donald Rumsfield all’interno dell’amministrazione americana. Nessuna risposta, solo occhi sbarrati e un imbarazzante mutismo (che, peraltro, si sarebbe trasformato in straripante loquacità nella successiva rubrica di gossip, quando la telegiornalista si sarebbe dimostrata ben più preparata sull’ultima love-story della letterina di turno). Piaccia o no, anche questa è l’Italia e l’informazione nel nostro paese oggi; certo siamo un po’ tristi che non ci siano più uomini come Peppino Fiori a raccontarcela, ma siamo lo stesso speranzosi perché ci ha lasciato in eredità i suoi libri e i suoi scritti, che rimangono e rimarranno alla collettività per aiutarla a conoscere il passato e, quindi, a capire meglio il presente. E, di questo, gli saremo sempre grati.

domenica 10 giugno 2007

“Modernizzazione senza sviluppo. Il capitalismo secondo Pasolini”.
Riflessioni sull’Italia di oggi a partire da un libro di Giulio Sapelli.

di

Manuela Scroccu

“Sai cosa mi sembra l’Italia? Un tugurio i cui proprietari sono riusciti a comprarsi la televisione,e i vicini, vedendo l’antenna, dicono, come pronunciando il capoverso di una legge: Sono ricchi, stanno bene” (Intervista rilasciata ad Alberto Arbasino, in Saggi sulla politica e la società, I Merididiani Mondadori 1999).


Giulio Sapelli, docente di Storia Economica e Analisi culturale delle organizzazioni presso l’Università Statale di Milano, raccoglie e analizza nel suo libro “Modernizzazione senza sviluppo. Il capitalismo secondo Pasolini”, edito da Bruno Mondadori nel 2005, gli scritti più evidentemente politici e sociologici di Pasolini, operando una selezione accurata tra gli articoli pubblicati dall’intellettuale sul Corriere della Sera e nella rubrica di corrispondenza “Vie nuove”.
Si tratta di un’opera particolare, che discende da un corso universitario di Storia Economica incentrato, come spiega lo stesso autore nella premessa, sul “canto del più alto e dolente interprete del genocidio italico che si produsse dinanzi alla modernizzazione senza sviluppo: Pier Paolo Pasolini”.
Pasolini guardava la realtà come oggi nessuno sa fare: pensava “volando”, con la lucidità visionaria dei poeti. Questo tipo di sguardo oggi si è perso: i giornali sono infarciti di opinionisti e commenti, tutti concentrati sull’ultima sparata di Berlusconi oppure sull’ultimo equilibrismo teorico - tattico di D’Alema.
Pasolini aveva capito una cosa: la politica è un effetto, non una causa. Quello che veramente bisogna analizzare e capire è la metamorfosi antropologica del paese, affondando le mani nel ventre molle e oscuro dell’Italia per riuscire a leggere le radici del reale.
Il nuovo potere è la cultura del consumismo, il nuovo re la televisione. Queste cose le pensava e le scriveva, questo grande intellettuale del nostro tempo, negli anni ’70.
Il paese che Pasolini vedeva, con grande lucidità, era una nazione che da contadina e cattolica, sostanzialmente rurale, si trasformava in qualcosa di diverso, sotto la ricchezza di una pressione improvvisa e di un sistema di valori improntato al consumismo e all’individualismo.
Gli articoli e gli scritti raccolti da Sapelli ci riconsegnano la figura di un intellettuale che ha saputo essere coscienza critica e lucida di quel rapidissimo processo di industrializzazione, correlato all’aumento del reddito e all’espansione dei consumi, che ha interessato l‘Italia del boom economico.
Pasolini vede, prima ancora dell’avvento dei network privati, come la televisione abbia imposto una nuova lingua artificiale, un nuovo modello di riferimento che lui considera nefasto, ovvero quello piccolo – borghese ed edonista che penetra e attecchisce nelle coscienze attraverso il rapporto perverso che questo strumento riesce ad avere con i suoi fruitori - spettatori passivi. Ciò che unifica gli italiani è, in realtà, una moralità edonistica: “il bombardamento ideologico televisivo non è esplicito: esso è tutto nelle cose, tutto indiretto”. Nel 1974 Pasolini, scrivendo questa frase, intuì l’immensa capacità pervasiva della televisione. L’Italia che va verso la società dei consumi, né a sinistra né a destra. Comprese che la causa doveva ricercarsi nella peculiarità del processo di industrializzazione nel nostro paese, che non era passato attraverso la creazione di infrastrutture come scuole e ospedali, ma attraverso la realizzazione di un mercato fatto di beni di consumo da sfruttare immediatamente. Ecco che Pasolini parla di preistoria del neocapitalismo, in un mondo che gli appare, proprio attraverso lo specchio deformante ma atrocemente profetico di quello che egli chiama reame televisivo, costruito interamente sull’artificialità.
Questo libro ci restituisce la figura di un Pasolini tragicamente profetico e tristemente non capito da molti suoi contemporanei: un intellettuale che insegna che la politica, quando si separa dalla cultura, finisce di essere la virtù dei migliori e diventa quella degli eguali, relazionandosi con un elettorato che non vota più per chi ritiene il più adatto a governare, ma per chi gli è più simile.
Emblematico, a questo proposito, è il rapporto tra Pasolini e il PCI. Rapporto travagliato e puntellato da numerose incomprensioni.
Sapelli ricorda, però, come l’ultimo Berlinguer ricorra in realtà ad un concetto tipicamente pasoliniano quando decide di porre come punto centrale del proprio agire politico la questione morale. Sono ormai gli anni ’80. Il resto è storia recente: Tangentopoli, Berlusconi, la politica dei salotti televisivi.
La modernizzazione senza sviluppo del titolo assume per Pasolini i contorni di una nuova preistoria dominata dall’alienazione, dal consumismo, dalla cultura che si fa industria dell’intrattenimento, dalla televisione. Noi, che siamo ormai gli abitanti di questa nuova era preistorica possiamo trovare nelle lucide riflessioni di Pier Paolo Pasolini uno strumento straordinario di lettura e di decodificazione di una realtà sempre più complessa i cui nodi, che l’intellettuale già scorgeva nell’Italia del suo tempo, devono ancora essere sciolti.



venerdì 8 giugno 2007

L’ISOLA DELLA TORTUGA
di
Carlo Dore jr.

Assistendo al dibattito relativo al caso “Visco – Speciale” svoltosi in Senato lo scorso mercoledì, ho avuto la triste sensazione di essere lo spettatore impotente di un monumentale elogio del paradosso.
Sotto certi aspetti paradossale è stata infatti la pur efficace ed incisiva relazione del ministro Padoa-Schioppa, posto che il Governo non ha chiarito la ratio della (allo stato ingiustificabile) decisione di destinare un militare evidentemente inaffidabile e poco rigoroso nell’adempimento dei suoi doveri come il gen. Speciale a ricoprire un prestigioso incarico in seno alla Corte dei Conti. Per altri versi, ancor più paradossale è parso il peana rivolto alla Guardia di Finanza da quegli stessi esponenti della Casa della Libertà che, tra tangenti e conti cifrati, prescrizioni e sconti di pena, indulti e scioperi fiscali hanno per cinque anni reso l’Italia assimilabile ad una sorta di moderna versione dell’Isola della Tortuga.
Tuttavia, deve per una volta essere riconosciuto a Piero Fassino il merito di avere rilevato come un vento torbido spira al momento in Italia, un vento alimentato dall’esistenza di una sorta di cospirazione posta in essere dagli ambienti più conservatori del Paese per attentare alla stabilità dell’Esecutivo in carica. Premesso che l’esistenza di un simile status quo richiama alla memoria i giorni tristi degli anni ’70, in cui una sorta di Stato nello Stato fece tremare le fondamenta stesse delle istituzioni democratiche, occorre a questo punto domandarsi: chi governa questo disegno eversivo? E soprattutto: quali condizioni oggettive hanno permesso a questa perversa ondata reazionaria di svilupparsi con tanta rapidità?
In ordine al primo degli interrogati proposti, sembra difficile contestare l’affermazione secondo cui Berlusconi, forte dell’incommensurabile potere mediatico di cui dispone, è riuscito nell’arco di un anno a mettersi a capo di un’autentica crociata antiprogressista, assecondando le pulsioni integraliste che attualmente pervadono settori centrali del mondo cattolico e favorendo le velleità di carriera proprie di un ristretto gruppo di gallonati (la valutazione del cui operato, è bene precisarlo, non intacca in alcun modo il rispetto e la riconoscenza che il Paese intero deve alle Forze Armate) .
La stucchevole passerella compiuta dal Caimano in occasioni del Familiy day, le clamorose rivelazioni offerte dal generale Speciale al quotidiano di casa Mediaset (già utilizzato in passato come strumento per clamorose campagne d’accusa in confronti di alcuni esponenti del centro-sinistra, rivelatesi peraltro alla lunga qualificabili più come numeri d’avanspettacolo che come inchieste giornalistiche degne di tale nome), il solenne: “Sempre agli ordini!” con cui il suddetto generale Speciale ha confermato la sua personale deferenza al Cavaliere di Arcore costituiscono solo alcuni degli elementi idonei a confermare la correttezza di questo assunto. Politici disinvolti, porporati sensibili al richiamo del potere, militari ambiziosi: ancora una volta la realtà italiana sembra superare la complessità della più fantasiosa spy story.
Tutto ciò chiarito, venendo ora al secondo del quesiti in precedenza formulati, non si comprende la ragione per cui l’Unione persista nell’errore di considerare alla stregua di un interlocutore credibile quell’oscuro imprenditore milanese che (a causa della già rilevata sovrapposizione tra potere politico, incidenza mediatica e disponibilità economiche) conferma ancora una volta di costituire un fattore destabilizzante per il corretto funzionamento delle regole democratiche.
In questo senso, l’approvazione di una legge che (precludendo l’assunzione di un ruolo politicamente sensibile a chiunque risulti essere, direttamente o indirettamente, nella condizione di esercitare un potere di controllo con riferimento ad una determinata attività economica) risolva in maniera radicale il problema del conflitto di interessi non deve essere interpretata come un atto di ritorsione verso un avversario politico scomodo, ma come una sfida di civiltà che un Paese moderno non può rifiutarsi di affrontare. Una democrazia degna di tale nome non può infatti correre il rischio di essere ancora assimilabile all’Isola della Tortuga.



L'avventata liquidazione del socialismo,quel PD che piace a Berlusconie il mondo che non aspetta lezioni da noi
di
Pietro Maurandi
Dopo le elezioni amministrative, scartabellando fra gli appunti, ho trovato qualche riflessione sui congressi nazionali dei DS e della Margherita. Il commento più fulminante sulla relazione di Fassino è stato quello di Berlusconi. «Se questo è il PD, mi iscrivo anch'io», pare che abbia detto. Come dire che in un partito senza identità ci può stare chiunque, anche il leader dello schieramento avversario.
La relazione più sincera è stata quella di Rutelli, il quale ha rilevato che non esiste solo la destra e la sinistra (ohibò) ma anche il centro. Fin qui niente di sconvolgente. Ma naturalmente voleva dire e ha detto che lui vuole stare al centro. Fin qui è tutto legittimo e i conti tornano, per la Margherita. Non tornano più per i Ds, che vorrebbero/dovrebbero portare nel nuovo partito le ragioni della sinistra.
La cosa più fastidiosa è l'accusa di essere nostalgico del passato rivolta a chi dice che l'appartenenza al socialismo europeo è determinante. Ma quale passato? Il socialismo europeo è una cosa ben viva, rappresenta davvero l'alternativa alla destra in tutti i grandi paesi europei. Non mi pare che in nessuno di essi si pensi di liquidare i partiti socialisti. Blair ha rivoltato il partito laburista come un calzino, Zapatero sta rivoltando la Spagna, i socialisti francesi hanno tentato una difficile rimonta, la socialdemocrazia tedesca ha scelto la grande coalizione. Scelte diverse e fra loro contrastanti, ma nessuno si sogna di liquidare i partiti socialisti.
E allora chi sostiene l'appartenenza al socialismo europeo non esprime nostalgia del passato ma ha in mente il presente e il futuro. Che cosa dire invece di chi si richiama agli antichi valori del socialismo ma non ritiene determinante per il nuovo partito la sua adesione al socialismo europeo? Che proprio lui è un nostalgico del passato: per lui il socialismo è retorica dei valori e nient'altro.
La cosa più provinciale è l'affermazione che non si vuole aderire al socialismo europeo perché si vuol fare una cosa originale italiana, e con essa modificare il socialismo europeo e l'internazionale socialista. Insomma, dovremmo dare lezioni al mondo. È un sogno, una farneticazione dalla quale sarebbe meglio svegliarsi. Non c'è nessuno nel mondo, tanto meno in Europa, che aspetta con ansia di copiare dalle nostre esperienze. Non nella politica e non in altri campi.
È vero il contrario: siamo noi che dobbiamo con umiltà prendere lezioni dagli altri. Così nella scuola e nell'Università, nei trasporti, nella giustizia, negli ospedali, nella ricerca, nella pubblica amministrazione, nella finanza pubblica, nella capacità dell'economia di affrontare le sfide della globalizzazione, perfino nell'organizzazione degli europei di calcio. Rassegniamoci, non c'è nessuno che aspetta lezioni da noi. E perché dovrebbero? Siamo - fra i grandi paesi europei - il più disastrato, in politica e in economia.
La cosa più deprimente è che, dopo la sonora sconfitta nelle elezioni amministrative, incomincia il balletto per accelerare la nascita del PD e l'elezione del leader, come se la sconfitta dipendesse dal fatto che il PD ancora non c'è. Ci si accapiglia sulle date, non più ottobre ma addirittura luglio, per incominciare a operare… nel mese di agosto. Non solo, c'è chi propone di eleggere il leader (segretario? coordinatore? mezzafigura? notaio? speaker?) prima dell'assemblea costituente, cioè prima che nasca ufficialmente il partito, ma c'è anche chi propone di eleggerlo dopo, chi vuole Prodi e chi non lo vuole. Certo le idee non mancano, la cosa difficile è trovarne una sensata.
E poi a nessuno, proprio a nessuno dei dirigenti del PD viene in mente una cosa elementare e immediata: che hanno fatto una sciocchezza! Non li coglie nemmeno il dubbio, che è il sale del pensiero.
La cosa più triste è vedere tante persone per bene che sinceramente credono a tante cose belle e positive sul PD, cose che semplicemente non esistono. Tante persone convinte e trascinate da gruppi dirigenti che, invece di rinnovarsi, inventano nuovi contenitori destinati a contenere sempre gli stessi.
Soru ormai sta con la vecchia oligarchia. Tradito il patto con i sardi:la crisi è nei fatti, sarà gestita dai giudici?
di
Andrea Pubusa


Almeno due vicende avrebbero condotto ad altrettante crisi se fosse ancora vigente il precedente sistema parlamentare. L'amputazione dalla Giunta di due personalità come Tonino Dessì e Francesco Pigliaru e l'affaire Saatchi.
cosa si è trattato? Nel primo caso Soru ha manifestato un mutamento di politica: era “sceso in campo” dicendo di volerla cambiare, di puntare alla creazione di un nuovo gruppo dirigente in Sardegna, di amare i sardi con la schiena dritta e il cervello fine, ed eliminava dalla Giunta le due peronalità che meglio di tutte, per storia politca e professionale, impersonavano questo progetto. Soru svelava così di preferire gli uomini con la schiena curva e col cervello piccolo. Ricordate la conferenza stampa degli assessori residui, dopo la defenestrazione della Pilia? Un atto di deferenza al capo di stampo tardosovietico?
Con la vecchia forma di governo, Pigliaru e Dessì forse sarebbero rimasti in carica o la loro sostituzione sarebbe stata il frutto di manovre scoperte, fra gruppi in cerca di nuovi equilibri. Qui Soru ha liquidato la questione con un ridicolo richiamo a incompatibilità di carattere o con un disaccordo sull'agenda della Giunta, ma la manovra viene allo scoperto oggi.
Al congresso Ds Antonello Cabras e (sopresa?) Emanuele Sanna reinvestono Soru per la prossima legislatura. Il presidente dichiara di essere uno dei soci promotori del Partito democratico, con Cabras e Sanna e Paolo Fadda. Oggi negli apparentamenti per i ballottaggi a Oristano Oppi converge sul centrosinistra e Tonino Melis fa altrettanto a Selargius.
Semplici apparentamenti locali? O segnali della ricomposizione intorno al PD della vecchia cupola oligarchica un tempo trasversale (Dc, Pds-Ds, Psi)? E Soru? Finita l'epopea del cambiamento, si aggiunge ai vecchi satrapi della politica regionale? Si capisce meglio ora perché Dessì e Pigliaru, ma anche i Maninchedda e i Gessa erano d'ingombro! E la Cerina con l'apertura a mondo culturale? Desaparecida.
Ebbene, sarò disfattista, ma un cambio di politica di questa portata, un vero tradimento (scusate la terminologia retrò, ma non ne trovo altra) del voto popolare, avrebbe meritato una crisi per essere esplicitata, posto che anche la stampa libera molto lentamente sta dando segni di comprensione. Per non parlare degli ambientalisti e di una certa sinistra già extraparlamentare, ancora incantati da alcune bordate populiste di Soru (senza chiedersi a chi giovano e per chi son fatte) e ancora convinti ch'egli sia il becchino della vecchia oligarchia sarda!
In questo contesto l'affaire Saatchi disvela un altro terreno nascosto (estrettamente intrecciato col primo): quello degli affari e degli interessi. Se è vero quanto dice la commissione d'inchiesta del Consiglio regionale (noi non abbiamo elementi autonomi di informazione e di giudizio) la gara è viziata perché indirizzata verso un vincitore predestinato. Ma di chi la designazione? E perché si chiede la rimozione dell'esecutore materiale? E il mandante?
Anche qui sarò disfattista, ma se tutto questo non è un brutto sogno, credo che sarebbe meglio allontanare il Dr. Jeckill, come certamente la vecchia forma parlamentare avrebbe consentito e imposto.
Ora, è vero che non c'è crisi formale, ma ce n'è una sostanziale: Soru ha spezzato il suo patto coi sardi, eppure rimane in sella per una politica diversa da quella su cui ha ottenuto una generosa investitura popolare.
È una crisi compressa, ma grave. E cosa accadrà, se - come dice certa stampa ben informata - Marchetti non archivierà gli atti e chiederà qualche rinvio a giudizio? Altro che crisi di governo, è in pericolo l'intera legislatura. E le chiavi non stanno in mano alle istituzioni politiche, ma alla magistratura.
Tutto questro non induce ad una riflessione generale? Che ci voglia una messa a punto della legge statutaria (forma di governo) per consentire alle istituzioni di rsiolvere questi problemi? E a quando l'analisi su cosa sta realmente succedendo in Sardegna? Consentitemi, però, in conclusione una piccola confidenza: che nostalgia della Giunta di Mario Melis e del rigore morale di Federico Palomba!