lunedì 18 giugno 2007

SINISTRA DEMOCRATICA SARDA: CAMBIARE LA POLITICA, UNIRE LA SINISTRA
di
Carlo Dore jr. e Gianluca Scroccu


L’assemblea regionale della Sinistra Democratica sarda, svoltasi ad Oristano lo scorso sabato, ha costituito un utile ma anche fortemente dialettico momento di confronto tra le varie anime della politica isolana che si riconoscono nel movimento fondato da Fabio Mussi e Gavino Angius.
In particolare, i contenuti emersi dal dibattito che ha fatto seguito alle relazioni introduttive costituiscono lo spunto per procedere ad alcune riflessioni in ordine ai caratteri che il movimento in questione deve assumere per perseguire con efficacia l’obiettivo di “cambiare la politica unendo la sinistra” individuato dai promotori nella manifestazione nazionale del 5 maggio.
In questo senso, è stata ribadita la necessità di configurare SD come “una realtà che parte dal basso”, come un soggetto politico il quale, attraverso il costante coinvolgimento di iscritti e simpatizzanti nella determinazione delle scelte strategiche fondamentali, possa costituire un punto di riferimento costante per quell’ampia fetta di elettorato progressista che, non riconoscendosi nel progetto del Partito Democratico, non accetta di sottostare alle bieche logiche di potere a cui di fatto l’azione dei partiti tradizionali risulta da anni ispirata. Mai come oggi è infatti necessario recuperare una dimensione “orizzontale” della politica che spezzi l’impianto verticistico che ha finora contraddistinto lo scenario pubblico in Italia e in Sardegna.
I militanti che si sono avvicinati ai DS negli ultimi anni successivi alla vittoria del 1996 hanno infatti avuto la netta impressione di rapportarsi ad una realtà sottoposta ad un lento processo di disgregazione, ad un partito privo di basi ideologiche chiare e per questo incapace di assumere (su temi cruciali quali quello del conflitto di interessi; della giustizia; del lavoro) le scelte radicali di cui il Paese invocava l’attuazione.
Sfruttando appieno i meccanismi di una legge elettorale creata allo specifico scopo di potenziare il ruolo delle segreterie, i vertici del Botteghino non hanno esitato a sacrificare figure politiche di altissimo profilo per sostenere candidati impresentabili, la cui unica ragione di merito poteva essere identificata nella contiguità rispetto a determinati centri di potere.
Le conseguenze di un simile status quo emergono in tutta la loro evidenza dalle vicende attualmente all’attenzione della cronaca: mentre i rapporti tra il quadro di comando della Quercia e ben noti settori del mondo economico assumono ogni giorno contorni più inquietanti, gli elettori del centro-sinistra manifestano il loro disagio attraverso l’astensionismo crescente e il brusco crollo di consensi registrato dall’Ulivo con riferimento ad aree territoriali tradizionalmente definite alla stregua di “roccaforti rosse”.
Premesso che la strategia diretta alla creazione del PD deve considerarsi in realtà finalizzata a celare sotto le bandiere dell’Ulivo e le note di Ivano Fossati quelle che sono le conseguenze nefaste della crisi di un’intera classe dirigente, Sinistra Democratica si trova nella paradossale condizione di dover ricercare proprio nelle radici di questa fase di trionfo dell’antipolitica le linee-guida in base alle quali impostare la sua iniziativa riformatrice.
Per cambiare la politica, per unire la sinistra, occorre infatti che il movimento creato da Mussi ed Angius, accantonate le logiche delle baronie, delle faide interne e delle rendite di posizione che hanno contraddistinto i primi anni di vita della Seconda Repubblica, risulti fedele alla concezione berlingueriana del partito inteso non già come strumento di potere (o come veicolo per il potere), ma come struttura idonea a favorire, coerentemente con quanto previsto dall’art. 3 della Costituzione, la partecipazione dei cittadini alla vita della res publica.
Da questo punto di vista, anche per un movimento che sta nascendo come Sinistra Democratica, è fondamentale inserire la piena trasparenza delle informazioni tra gli aderenti e i militanti, che hanno diritto di formarsi per tempo le opinioni, discuterne in appositi dibattiti aperti e partecipati che consentano di presentare proposte di lavoro, documenti (che non sono mai inopportuni), contributi alla discussione. Deve quindi considerarsi esaurita l’epoca delle assemblee convocate per fungere da mero organo di ratifica di decisioni già predeterminate nel chiuso delle stanze dei bottoni, delle riunioni controllate dai soliti, piccoli feudatari ormai a tal punto compenetrati nella loro (più o meno rilevante) funzione istituzionale per accettare, dopo decenni trascorsi a ricoprire ruoli di primo piano, la triste prospettiva di un’attività politica da svolgere lontano dai palazzi del potere.
Per non parlare della assoluta necessità del rispetto della piena parità di genere, da praticare tanto negli organismi dirigenti, quanto nelle candidature e nella vera e propria conduzione delle battaglie politiche. Solo così si possono scardinare le logiche che hanno condotto all’isterilimento della vita politica dei partiti italiani
Così ragionando, risulta inoltre evidente la necessità di superare - attraverso la previsione di rigorosi limiti al numero dei mandati e l’affermazione di una radicale incompatibilità tra l’assunzione di cariche pubbliche e lo svolgimento di funzioni di coordinamento nell’ambito dei partiti - quella condizione l’appiattimento dei gruppi dirigenti all’interno delle sedi istituzionali su cui si fonda l’esistenza della famosa “casta” a cui è dedicato il recente saggio di Sergio Rizzo e Giovanni Antonio Stella.
Se questi obiettivi verranno perseguiti con coerenza e generosità, il nuovo soggetto politico non risulterà qualificabile come l’ennesimo “partitino” creato per barattare un pugno di voti con posti di sottogoverno, ma come una vera forza innovatrice in grado di favorire, attraverso la riaffermazione di una visione etica della politica, quella fase di coesione tra le forze progressiste di cui da troppo tempo gli elettori invocano il completamento.

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