domenica 1 luglio 2007

Acerbi frutti dell'antipolitica
di
Enrico Palmas
Coordinatore provinciale (Cagliari) di Sinistra Democratica
Mentre il centro sinistra sardo s’interroga infruttuosamente sugli effetti, potenzialmente dirompenti, del referendum confermativo della legge statutaria di recente approvazione e sulla (probabile) riconferma del governatore, insufficiente appare la riflessione sul ruolo della politica.Assistiamo oggi ad una profonda crisi dell’intero sistema della rappresentanza politica, con i partiti che, in misura crescente, vengono percepiti dai più come strumenti di gestione del potere, piuttosto che come istanze democratiche capaci di fare da tramite tra i cittadini ed il governo delle istituzioni, assolvendo al ruolo consegnatogli dall’articolo 49 della costituzione italiana. E’, in sostanza, uno stato di crisi democratica. Niente di nuovo – si dirà – se Enrico Berlinguer, già nel 1981, lamentava il fatto che «i partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela».Tuttavia, oggi, quel processo degenerativo assume connotazioni tali da non consentire un ulteriore rinvio del dibattito. È la dimensione istituzionale ad assorbire, sempre più, il dibattito politico e a consegnare ai partiti, nella loro attuale fisionomia, il ruolo di comitati elettorali, con la conseguenza che la rappresentanza e la partecipazione di cittadini ed elettori restano mortificate. L’elaborazione del pensiero viene, in tal modo, abbandonata nel lasso temporale che intercorre tra una competizione elettorale e l’altra. Nella nostra Isola, peraltro, tale stato di cose si presenta con grande evidenza, da un lato per l’estrema debolezza della politica e delle classi dirigenti e, dall’altro, per la forza della questione istituzionale, caratterizzata da un presidenzialismo ingombrante che rischia di divenire, per così dire, soffocante, qualora dovesse essere confermata la legge statutaria così come approvata. Senza una seria riflessione sul rinnovamento della politica – e, quindi, delle classi dirigenti – nei metodi, nei contenuti e nelle persone, si rischia davvero di legittimare quel sentimento, da taluni cavalcato populisticamente, di rigetto, di rifiuto verso tutto ciò che dai partiti e dalla politica promana. Ciò, in ultima analisi, colpirebbe la sinistra intera in misura più che proporzionale rispetto alle forze di centrodestra, così come, del resto, già sta accadendo. È, oggi più che mai, indispensabile avviare un vasto movimento di pensiero volto a riconsegnare alla scena politica isolana e nazionale un nuovo ruolo alle forze democratiche, che si opponga al conservatorismo mostrato dai partiti, ultimamente in varie fasi, sia elettorali che congressuali, per attivare un vasto movimento di persone e idee che riproponga il mai risolto tema della questione morale nella politica, per porre le basi di un cambiamento reale e non solo sbandierato. Molti, tuttavia, sono i segnali negativi che oggi si percepiscono, in senso contrario, a partire dal referendum Segni Guzzetta. Si tratta di una proposta che introduce dei gravi rischi di modifica, in senso peggiorativo, dell’attuale sistema elettorale (incentrato sulla «porcata» di Calderoli) e che sembra funzionale alla logica dell’arroccamento da parte delle classi dirigenti, non solo sulle proprie precedenti impostazioni, ma su di un vero e proprio meccanismo perverso di conservazione della specie. Ogni giorno si insiste sull’indispensabile semplificazione del sistema, attraverso la riforma elettorale, ma intanto alcuni dei nostri dirigenti o appoggiano apertamente, o, comunque, non ostacolano, la proposizione di un referendum popolare, che oltre ad essere pericoloso per la tenuta del governo, qualora dovesse passare, introdurrebbe un meccanismo tale da privare una larga parte dell’elettorato della propria rappresentanza istituzionale. Con un esito davvero poco democratico, dato che un risultato anche modesto in termini di consenso generale, consentirebbe al partito – si badi, non alla coalizione – di eleggere il 60 per cento dei parlamentari. Si tratterebbe, in sostanza, di un ritorno ad un passato non rimpianto: il meccanismo elettorale voluto da Mussolini con la legge “Acerbo” del 1923. Tutti segnali, dunque, che spingono con forza verso una ulteriore e pericolosa mortificazione della partecipazione e della rappresentanza, senza sciogliere il nodo centrale del problema: quello del sistema cosidetto a liste bloccate, che consente a poche persone, rappresentanti delle segreterie dei partiti ai massimi livelli, di mandare in Parlamento per cooptazione le persone a loro più gradite, senza che il giudizio dell’elettore possa in alcun modo influire su tali scelte.Ha, dunque, vinto il berlusconismo? Bisogna forse arrendersi all’evidenza? Il tempo lo dirà, ma se vogliamo accorciare i tempi, occorre cambiare rotta al più presto, ripartendo dai valori che unificano le diverse componenti della sinistra antifascista costituzionale e progressista italiana, quali l’etica della e nella politica, il lavoro, la giustizia sociale, la laicità dello Stato, una profonda coscienza ecologista, avendo cura di scardinare logiche fatte di personalismi e di processi decisionali interni che di democratico hanno davvero poco. Sarà difficile, ma se la sinistra saprà superare antiche e nuove divisioni, allora avrà vinto una grande scommessa con la storia di questo Paese. E, se la posta in palio è questa, forse vale davvero la pena di scommettere.

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